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Che ad Alejandro Amenabar piace tenerci col fiato sospeso, percorrendo una sottile linea tra la vita e la morte, si era capito. Dopo il famoso The others ( 2001 ) ci è risucito magistralmente anche con Mare Dentro (2004) trasportando su schermo una storia biografica della vita di un tetraplegico spagnolo, interpretato eccelsamente dal fascinoso Javier Bardem.
Ramon Sampedro era un saggio ventenne conoscitore del mondo che aveva viaggiato in lungo e in largo, prima di spezzarsi il collo dopo un tuffo azzardato nel mare della Galizia. Bloccato inerme per quasi trent’anni nel suo letto, decide con lucidità di voler morire dignitosamente. Non avendo approvazione dai familiari ingaggia Julia, un’avvocatessa (affetta anch’ella da una malattia degenerativa) pronta a lottare per la sua (loro) causa contro i tribunali spagnoli, fallendo pero’ miseramente. A prendersi cura di Ramon da sempre è la famiglia con cui vive: il fratello maggiore, che si oppone alla sua intenzione di interrompere la vita; l’amorevole cognata, che da sempre lo assiste e non accenna minimamente ad esternare giudizi; Un padre taciturno poco incline a mostrare la sua disapprovazione e il nipote, seppur giovane per comprendere la gravità della situazione, considerato per Ramon il figlio mai concepito.
Ruolo non meno fondamentale quello di Julia e Rosa, ragazzetta Galiziana con due figli a carico, che conosce Ramon in un’intervista trasmessa in televisione. Personalità forti e contrastanti tra loro, si innamorano entrambe di lui mettendo in discussione i principi su cui avevano fondato la propria esistenza sino ad allora. Ma soltanto una dimostrerà davvero la sua totale dedizione e comprensione, aiutandolo a compiere il tanto agognato gesto di liberazione, mettendo da parte il proprio egoismo. Perchè Ramon è impetuoso, impetuoso come avere il mare dentro, e immobile in quel letto dove l’unica porta che si affaccia al mondo è la finestra da cui immagina di volar via, non ci vuole piu’ stare. E non saranno di certo i suoi familiari a fargli cambiare idea, nemmeno un prete tetraplegico che porta nella sua casa parole di commiserazione e disperato buonismo, come uno zoppo che vuole insegnare come dover camminare. Ma senza troppi moralismi, lo scopo del regista è illustrare il lato umano di una persona gravemente malata a cui viene negato il libero arbitrio, e senza alcuna polemica riesce a prendere diligentemente una posizione, quella pro eutanasia. Una scelta e uno sviluppo del tutto soggettivo, stessa soggettività del protagonista perchè ‘‘ Io dico che sono io che voglio morire, ma capisco e rispetto gli altri tetraplegici che continuano a soffrire e a vivere”.
Nonostante si capisca sin dall’inizio come il film andrà a finire, con una fotografia eccezionale e regia curatissima ricca di movimenti di macchina ed inquadrature cariche di emotività, Amenabar ha saputo creare un’atmosfera tristemente malinconica e amara, quasi tragica spezzata solo dalla pungente autoironia del protagonista. Non ha sviluppato l’aspetto sociale, politico o religioso (temi solo accennati) ma umano, mostrando il senso dell’esistenza e  come una persona affetta da handicap puo’ combattere contro una società dogmatica come quella dei cattolici spagnoli, per avvalersi dei suoi diritti a costo di farsi strada da solo, invocando la morte e sottraendosi al male di vivere. Vivere senza poter scegliere, non è vita. E nessun amore, nessun affetto, nessuna opportunità puo’ eguagliare l’impossibilità di essere privati del nostro essere e della nostra volontà.
Non è il solito film strappa lacrime demagogico, ma un trattato umanistico di pura riflessione sul senso della vita, sulle scelte e cio’ che ne consegue. In Italia film che trattano temi tanto delicati come l’eutanasia, l’aborto, fecondazione assistita, con carisma e coraggio se ne vedono ben pochi. Soprattutto trattati in un’ottica priva di pregiudizi e rettitudini come ha saputo fare oggettivamente Amenabar. Il consiglio è di vedere il film, rielaborarlo, discuterlo, magari crititicarlo dopo un’attenta riflessione. Apprezzarlo e portarselo dentro.

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