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Ci troviamo in un manicomio nel 1966 dove l’elettroshock, le docce fredde e la camicia di forza ancora non erano stati aboliti.
Kristen, dopo aver incendiato una fattoria, viene catturata in stato confusionale dai poliziotti e portata in un istituto psichiatrico. Al reparto troverà altre quattro ragazze che inizieranno a scomparire una dopo l’altra in circostanze terrificanti. La stessa Kristen verrà aggredita da una presenza dal volto sfigurato che scoprirà poi essere il fantasma di una ex paziente, Alice, intrappolata nel manicomio che impedirà alla stessa Kirsten una via di fuga verso la salvezza.
Era il 2010 quando il maestro di genere John Carpenter tornò dopo una decade di assenza dalla scena portando con sé uno dei migliori slasher movie sullo schermo, seppur arrugginito e non proprio in forma. 
Da una sceneggiatura dei fratelli Michael e Shawn Rasmussen, abbastanza anonima ma che passa certo in secondo piano rispetto alle immagini, il regista ha saputo dar vita ad un lungometraggio non troppo arzigolato dove a prevalere sono la tensione e un senso di claustrofobia che pervade lo spettatore dall’inizio sino ad un sollievo finale in cui si scopre la veridicità dei personaggi, con un colpo di scena inatteso. Una regia infallibile marchio Carpenter, sequenze sbalorditive da trattenere il fiato, un sovrapporsi tra il reale e l’immaginario accompagnato da musiche suggestive. Un mix di delirio, inquietudine ed angoscia al femminile, il tutto montato armoniosamente. Non di certo un pilastro del cinema, senza molte pretese ma comunque gradevole, lo stesso Carpenter ha definito il film ”un horror della vecchia scuola fatto da un regista della vecchia guardia”. Qualche pecca come una fotografia forse troppo statica e il non sussistere di nessuna critica, né politica o sociale, con un mancato approfondimento sui caratteri e le patologie psichiatriche dei personaggi sono gli aspetti meno curati dell’opera e forse quelli più deludenti rispetto a ciò che il regista ci ha abituati nel corso della sua filmografia. Nonostante la critica sia stata unanime nel definirlo come un mediocre film da “salto da poltrona”, l’ultima pellicola di Carpenter è invece un piccolo gioiello del genere thriller psicologico, forse non distante da schemi classici e già visti, ma piena della poetica e dello stile del cineasta americano che, anche quando non al pieno della forma, rimane comunque una garanzia.

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